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Scritto da Gilberto   
Giovedì 21 Febbraio 2013 00:00
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Dal consumatore attento e curioso ai foodies.


Foodie è un termine informale per una particolare classe di appassionati di cibo e bevande. La parola è stata coniata nel 1981 da Paul Levy e Ann Barr, che ha usato nel titolo del loro libro del 1984 The Official Foodie Handbook.
Wikipedia così lo distingue da gourmet:
Although the two terms are sometimes used interchangeably, foodies differ from gourmets in that gourmets are epicures of refined taste who may or may not be professionals in the food industry, whereas foodies are amateurs who simply love food for consumption, study, preparation, and news.[1] Gourmets simply want to eat the best food, whereas foodies want to learn everything about food, both the best and the ordinary, and about the science, industry, and personalities surrounding food.”
Il “consumatore attento e curioso” era il referente di attività, pubblicazioni ed altro di ArciGola Slow-Food (poi soltanto: Slow-Food) ed in parallelo, anche del Gambero Rosso, che infatti, agli inizi, si muovevano in sinergia. Curioso notare l'attuale distanza. Prima la separazione delle case editrici, che però si associavano per la pubblicazione della guida dei vini d'Italia, poi qualche anno fa, Slow-Food ha fatto la sua guida premiando aziende che seguono “una filosofia produttiva il più sostenibile possibile”. Il Gambero, invece ha dato alle stampe: “foodies” la prima guida per i buongustai del 3.0, forse nel senso che il buongustaio del terzo millennio, può essere curioso, ma anche poco attento. Ci vengono in mente due modelli di comportamento, anche civile. Quello di chi ha attenzione alle conseguenze delle proprie azioni e quello che mette al centro di esse soltanto se stesso. Attenzione contro opportunismo. Da una parte il consumatore attento, non tirchio oppure “vorrei ma non posso”, quello che se beve un bicchiere di vino nota le differenze, in qualche modo lo ascolta, dall'altra il foodie che beve etichette invece di vini, quasi collezionasse figurine scelte in base alle mode. In origine il termine più amichevole, foodie appunto, tentava di scrollarsi l'aura di snobbismo e pesantezza che termini come gourmet o buongustaio si portavano addosso. Ma questa leggerezza si è poi appesantita, diventando una specializzazione, un hobby che costringe ad un livello di informazione quasi maniacale, che in qualche modo ha segnato lo spostamento dell'appasionato in luoghi precipui, ma lontano dagli ortodossi luoghi di consumo. Gli appasionati riempiono le fiere, le degustazioni specializzate, ma latitano nelle enoteche e nei ristoranti. Afflollano il web, quello 2.0 in particolare. Partecipano, almeno virtualmente, ma latitano nei convivi degli umani normali.

 

 

C'era una volta un tipo di consumatore che se gli proponevi di assaggiare un vino, spiegandogli le caratteristiche, si incuriosiva, perché scopriva che tra vino e vino (e per estensione tra prodotto e prodotto, tra esecuzione di un piatto ed altra esecuzione) c'erano dunque delle differenze. E che nella differenza si poteva giocare, esprimere un'opinione, fare delle scelte. Ci si poteva incuriosire, ma con criterio. Non la meraviglia per la meraviglia, la curiosità da collezionista esotico. Curioso ma attento. attento al rapporto qualità prezzo, ma anche emozione prezzo, attento al racconto che esiste in rapporto alle differenze, che in qualche modo descrive le differenze stesse. Perchè non c'è un vino che è in assoluto, il vino assoluto. Nella differenza, della differenza, potevi parlare, eprimerti, esprimere un giudizio che significava confrontarsi con il mondo e con gli altri. Con i propri commensali, con i propri ospiti. Il foodie è fashion, è mostrarsi, apparire, è moderno, è informato, ma poco partecipato.

Non so se per i produttori di vino il

p.s.: Ho trovato in un libro di Baricco (I barbari) che raccoglie una serie di articoli precedentemente pubblicati su Repubblica. Il quinto e il sesto si intitolano "Vino", li potete trovare qui. Leggeteli perchè tra i foodies e i barbari di Baricco c'è poca differenza.


I barbari di Baricco hanno poi trovato dei leader (qui un esempio) che in nome del vino assoluto (con il paravento della qualità assoluta) reputano trascurabile l'attenzione alla sanità del prodotto, ad un etica meno rapace sia verso il territorio sia verso i propri vicini. E non è la solforosa il solo discriminere. che bottiglie con o senza solforosa ma rigorosamente bio, sono ceratmente da oscar come dimostrano i vini come la Coulèe de Serrant o quelli del Domaine Gauby, vini francesi, per giocare fuori casa (o italiani come: Gravner,Foradori,Ar.Pe.Pe,La Distesa,Picariello,Pepe; citati in un commento) francesi, dicevamo, per avere un modello della qualità da copiare, di quella che è la qualità, tutta dalla vigna alla bottiglia. Anche il linguaggio di questi maestri del pensiero, ci ricorda qualcosa, un già vistto, un già sentito, quel "ce ne frega", che appare arrogante. E la solforosa è in questo caso un pretesto che potrebbe essere ommesso, per il bene di tutti. ma c'è chi se ne frega.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 08 Marzo 2013 17:47
 
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