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Scritto da pierazzuoligilberto   
Martedì 28 Maggio 2013 14:03
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Le ragioni del cucinare.

 

 

«Il rito era accompagnato da torture fisiche e mutilazioni (taglio di un dito, estrazione di alcuni denti ecc.). Un’altra forma di morte temporanea consisteva nel bruciare, cuocere, arrostire, tagliare a pezzi simbolicamente l’adolescente e farlo nuovamente risorgere. Il ragazzo risorto riceveva un nuovo nome, gli venivano impressi sulla pelle marchi e altri segni del rito celebrato.»[1]

 

 

Si tratta di un’azione perseguita sino all’accanimento e la “cottura” è qui una forma estrema di questo accanimento. Lo scopo dell’azione sarebbe semplicemente la morte del soggetto. Ma l’accanimento ci fa pensare che la morte non sia (in queste culture) un avvenimento così definitivo: lo switch on/off che determina l’esistenza del soggetto stesso. La cottura (ma anche lo smembramento, il fare a pezzi, che poi è anche una tecnica culinaria) è una trasfigurazione della materia che perseguita con accanimento sfiora la sublimazione, l’annullamento della materia stessa. Una cucina collegata al sacrificio priverebbe la carne della sua materialità della sua essenza. Ma, come nel rito iniziatico, si tratterebbe soltanto di un passaggio, appunto una trasfigurazione della materia che prima si annulla per poi presentarsi sotto nuove spoglie.

 

 

 

 

 


[1] Vladimir Ja. Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, Roma, 1977, pag. 58.

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Marzo 2015 10:55
 
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